Creare e Custodire: Finitudine, Espressione e Resistenza al Nichilismo
NOTA DELL’AUTORE
Le intuizioni, il percorso filosofico e le
relazioni storiche contenuti in questo scritto sono dell'autore. La sintesi dei
documenti, la collazione dei riferimenti bibliografici, i sunti di alcuni testi,
sono stati condotti con il supporto di un sistema di Intelligenza Artificiale (Google
GEMINI).
Pochi fenomeni umani hanno generato un fascino così
profondo, coinvolgendo letterati, filosofi, sociologi, polarizzati nella figura
dell'artista, il mistero del suo gesto creativo, il nulla che si fa forma. Dalle
persone comuni a quelle più acculturate, agli addetti ai lavori, tendono a
circondare chi crea (l’artista) di un'aura quasi sacrale, assimilando la genesi
dell'opera a un atto di derivazione divina (?) — un soffio d'ispirazione che
cala dall'alto su un individuo toccato dalla grazia. (Pensiamo ai grandi del
rinascimento)
Questa è la narrazione consolatoria, impotenza della
normalità. Proviamo ad andare a fondo, un atto psicoanalitico con l’artista, lo
scavo al suo interno rivela una realtà ben più complessa e drammatica. Ciò che spinge alla creazione non è quasi mai
una lineare trascendenza, ma, groviglio di istinti complessi, proiezioni, pulsioni,
sollecitazioni che l'artista stesso stenta a decifrare. C'è un'ombra
sotterranea, un fatto istintuale (non completamente tale) che accompagna ogni
gesto espressivo: la lotta contro l'inesprimibile, la frustrazione
dell'incapacità di dare forma esatta a ciò che si prova e, non di rado, il
freno dell'autocensura. Spesso l'artista trattiene, reprime o deviati i propri
vettori più intimi perché giudicati inaccettabili o "non corretti"
dalle convenzioni del proprio tempo o dal giudizio della propria coscienza.
Diceva Guttuso che nessun artista quando si siede a lavorare vuole fare
qualcosa di brutto, alle volte riesce bene altre volte no, qui scatta l’autocensura.
Heidegger, ribalta queste tesi sradicando l'artista
sia dal mito del divino sia dalle trappole dell'autocensura psicologica. Il
filosofo tedesco riconduce l'atto creativo a una matrice più nuda e sorgiva,
interna, quasi ancestrale: l'esperienza dell'”angoscia”. La creazione cessa così di essere la traduzione perfetta
di un sentimento interno o un ornamento della personalità, per rivelarsi come
un atto liberatorio, una decisione fondamentale con cui si strappa al nulla una
verità fino a quel momento rimasta muta, nascosta.
Altri sociologi e filosofi, riconducono l’atto
creativo ad una sorta “eccesso di percezione” come qualcosa che deve
trasbordare necessariamente per scaricare pulsioni e lacerazioni dell’anima che
altrimenti diventano sofferenza, in un cammino filosofico che da Nietzsche e
Freud arriva fino ad Heidegger.
Il Solco dell'Infinito: Angoscia,
Creazione e Custodia nell'Essere Finito
L’artista non gode di alcuna immunità metafisica. Non è un essere divino
svincolato dal peso della condizione umana, né un’entità privilegiata esente
dalla precarietà comune: come ogni Dasein[1],
egli vive totalmente immerso nella quotidianità, esposto al medesimo abisso
dell'essere-per-la-morte, alle medesime fragilità e allo stesso smarrimento che
accomunano l'intera esistenza.
Per Heidegger l'artista non si
distingue per una natura superiore, ma per la modalità con cui sceglie di
abitare questo smarrimento radicale, questa angoscia, quelle stesse fragilità comuni
in tutti gli essere umani, per una diversa sensibilità nel coglierle. Continua
H., la maggior parte degli individui affronta l'inquietudine della “finitudine”
rifugiandosi nella dimensione che il filosofo definisce “inautentica”: la fuga
nel rassicurante dominio del "si dice", del "si fa", delle
convenzioni sociali e delle distrazioni quotidiane. In questo orizzonte, la
morte viene addomesticata e degradata a un evento generico, un fatto statistico
che "accade agli altri". Invece l’artista ne è cosciente, lo vedremo
appresso.
Per H. non si tratta di una superiorità
psicologica, morale o intellettuale (l'artista non è un "superuomo"),
ma di una “chiarezza ontologica” cioè
dell’essere in quanto tale. La sua "superiorità" sta nel non
fuggire dall'angoscia, sentirla, farla propria, nell'avere il coraggio di
sostenere il vuoto e la vertigine del Dasein senza cercare “l’addormentamento” della quotidianità. È
una distinzione di autenticità esistenziale, non di rango umano.
L'atto creativo come "messa in opera della
verità" (derivante dall’angoscia) sradica sia l'arte come puro estetismo
formale (il bello fine a se stesso, la pura decorazione, cioè il concetto dell’arte
per l’arte) sia l'arte come conformismo di massa. Per Heidegger, l'arte
autentica non è né un passatempo borghese né un semplice ornamento: è un urlo
originario che "fonda un mondo", un gesto che rompe l'ovvietà del già
visto. Che ci spinge verso un vortice conoscitivo,
L'artista, al contrario, rifiuta questa anestesia
esistenziale (la quotidianità) e sceglie di non distogliere lo sguardo. Ci si
potrebbe chiedere se questa capacità di guardare l'abisso costituisca una forma
di superiorità psicologica dell'artista. Nel pensiero di Heidegger, non si
tratta di un primato morale o di un privilegio di natura, bensì di una radicale
chiarezza ontologica: l'artista non possiede una psiche speciale, ma ha il
coraggio esistenziale di sostenere il peso della propria trasparenza. La sua
"superiorità" sta tutta nella “scelta
di abitare la vertigine dell'esistenza senza cercare rifugio nelle finzioni
consolatorie della massa”[2].
Dice ancora H., attraverso l'esperienza
dell'angoscia (Angst), tutte le strutture di senso preconfezionate
crollano d'un tratto; le cose perdono la loro ovvietà utilitaria e la realtà
mostra il suo fondo ultimo di silenzio e di vuoto. Tuttavia, in questo
apparente sprofondamento si compie una svolta decisiva: l'angoscia smette di essere una paralisi distruttiva e si converte
nella più radicale rivelazione della libertà. Ecco che l’artista psi presenta come quell’essere capace di individuare
quella porta di libertà che gli permette di esprimere in senso completo la sua
angoscia.
«L'angoscia isola e apre così l'esserci come
"solus ipse". Ma questo "solipsismo" esistenziale non
traspone affatto un soggetto-cosa isolato nel vuoto di un'esistenza priva di
mondo; esso porta l'esserci, nel senso più proprio, di fronte al suo mondo come
mondo e con ciò di fronte a se stesso come essere-nel-mondo.» [3]
Nell'isolamento dell'angoscia, l'artista
comprende che il tempo non è una sequenza infinita e inerte di istanti, ma
un'urgenza, perché cosciente della sua “finitudine”. Riconoscendo, appunto, la
propria finitudine ineludibile, l'atto della creazione prende forma nella
consapevolezza del gesto: un'azione autentica che dà corpo a una verità che
prima non esisteva, dice H..
Con questa visione si supera e si esclude
radicalmente tanto il concetto di "arte per l'arte" già richiamato —
intesa come mero estetismo, decorazione superficiale o esercizio di stile fine
a se stesso — quanto l'arte conformista (dal realismo russo, all’arte
commerciale), piegata alle logiche del mercato o del consenso. Creare, per chi
è consapevole del proprio limite, non è un passatempo estetico né un'innocua
rappresentazione d'evasione, ma è necessità, ricerca. È un gesto d'audacia “ontologica”
con cui si rompe l'ordine costituito delle cose per fondare un orizzonte di senso
del tutto nuovo, trasformando l'urgenza della propria “finitudine” nell'origine
di un mondo (nuovo).
2. La Genesi dell'Opera: Il Testamento Ontologico e lo Spazio come grembo
sinestetico
Nel momento in cui l'opera viene concepita e
realizzata, essa attraversa una dinamica di profondo spossessamento, quella che
è stata la spinta liberatoria dell’angoscia si fa “stanchezza fisica”. La
creazione non è la semplice celebrazione dell'ego del creatore, né la
proiezione narcisistica della sua biografia. Ci si potrebbe chiedere se questo
sradicamento dell'io neghi il valore dell'opera come "testamento
artistico". In realtà, la prospettiva di Heidegger non annulla l'idea di
testamento, ma ne ribalta radicalmente il significato: l'opera non è un
testamento biografico volto a monumentalizzare la persona dell'artista, bensì
un testamento ontologico. “L'artista non lascia al futuro le sue memorie
individuali, ma consegna una verità svelata, un lascito di libertà strappato al
nulla”[4].
In questa prospettiva l’artista, secondo H., è il
tramite della creazione, atto che mette in comunicazione l’opera stessa e i sui
significati e i materiali di cui essa è fatta.
«Il grande artista è colui che scompare di fronte all'opera, la
quale emerge pura come l'evento in cui la verità si mette in opera.»[5]
Punto di passaggio fondamentale, per essere in
linea con la teoria di H., è la conoscenza dell’opera, dalla quale non possiamo
prescindere, altrimenti ricadremmo nel travisare l’opera come un mero esercizio
egoico o un reperto privato da custodire, magari gelosamente, l'opera, invece,
necessita di essere conosciuta e protetta. Non può fluttuare nell'astrazione
cosmica: richiede uno spazio custodiente finito — una sala, un museo, un
perimetro sacro o profano, confinato o aperto — che funzioni come un vero e
proprio grembo materno. È in questo luogo protetto, sottratto al rumore
e alla frenesia della quotidianità inautentica, che l'opera trova la nicchia
indispensabile per essere conservata, mostrata e finalmente offerta allo
sguardo degli altri esseri finiti[6].
L'opera d'arte, custodita in questo spazio di
risonanza, si stacca definitivamente dalle mani di chi l'ha generata, forse con
“dolore”. Essa non promette all'artista un'immortalità biologica o personale,
né serve a perpetuare il suo nome nella vanità (dice H.); al contrario,
trasforma la caducità dell’autore – la finitudine della vita biologica - nella
permanenza di una traccia, offrendo al tempo un punto di riferimento
ineludibile nell'essere.
«L'origine dell'opera d'arte è l'arte. Ma cos'è l'arte? L'arte è il
porsi-in-opera della verità. Nell'opera d'arte la verità dell'ente si è posta
in opera.»[7]
Riflessioni:
- Il
"testamento artistico" e il superamento del narcisismo: La negazione del narcisismo
biogafico non cancella il "testamento", ma ne ribalta il senso.
Il testamento dell'artista non è un'autobiografia monumentale
("guardate chi ero" o “guardate come ero bravo”), ma un testamento
ontologico: l'artista non lascia in eredità i propri dettagli personali
o il proprio ego, ma la custodia di una verità e di una libertà svelata. È
un lasciapassare di senso per chi verrà dopo. E’ una visione dell’arte
personale, legata all’angoscia come vuole H., ma nuova e convincente,
diversa, per espressione e rapporto con il tempo in cui egli vive, ecco perché
parliamo di testamento.
- Lo
spazio custodiente (il "grembo materno"): L'opera non può fluttuare nel
nulla; ha bisogno di una dimora — una sala, un museo, una galleria, un
tempio o persino la pagina di un libro, uno spazio singolo, una stanza,
una Chiesa. Questo spazio espositivo o conservativo funge da "grembo
materno", una soglia protetta e sottratta al caos del mondo
ordinario, indispensabile affinché l'opera possa essere preservata,
incontrata e conosciuta dagli altri esseri finiti.
3. I Custodi Finiti: Il Museo Esistenziale e il Paradosso dell'Ascolto
Un'opera d'arte confinata nel buio e nel silenzio
assoluto, sottratta a ogni sguardo, rimane una pura virtualità: materia inerme
risucchiata dal nulla. Eppure molte opere rimangono confinate per “paura” di
essere valutate negativamente. Rotko, racconta la sua biografia, non voleva far
vedere le opere che invece gli avrebbero fatto compiere “il salto degli dei”.
Per accadere realmente, la visione, l'opera esige una polarità drammatica, un
perimetro in cui manifestarsi. Essa necessita di uno spazio fisico
espositivo — sia esso un museo, una galleria, una sala, una nicchia, una
stanza o un luogo aperto — che non risponde a una vanità scenografica o a una
logica di mercato, bensì a un'esigenza strettamente esistenziale.
Il “museo” autentico è il luogo in cui si orchestra la dialettica
heideggeriana tra luce e ombra: “è
il perimetro che strappa l'opera alla penombra della materia inerte per esporla
alla luce della visione, proteggendola al contempo dalla banalizzazione del
mondo esterno. È dentro questa soglia protetta che la struttura museale si
interfaccia direttamente con i "custodi" (Bewahrende)[8],
creando la camera d'risonanza indispensabile affinché l'opera possa parlare.”
«Così come un'opera non può essere senza venire creata, ed ha
quindi bisogno dei creatori, così essa non può essere senza i custodi, non può
anche solo rimanere presente.» [9]
In questa trama di relazioni, emerge tuttavia un profondo paradosso
nell'alleanza tra artista e custode:
Secondo H., sia l'artista che il custode sono accomunati dal
medesimo orizzonte ontologico, cioè devono essere affini nel senso di angoscia,
nel sottrarsi entrambi al nichilismo della quotidianità a quel fattore
anestetico invisibile. Entrambi sono esseri finiti, entrambi rifiutano le
anestesie della vita inautentica ed entrambi avvertono la vertigine
dell'angoscia di fronte al limite della morte.
Se essere consapevoli della
finitudine è la radice comune all’artista e al custode, allora nella logica di
H., potremmo chiederci, perché il custode — pur essendo partecipe della
medesima profondità esistenziale — non crea? Nella visione heideggeriana, la
risposta è nella specifica natura del gesto artistico: l'artista non si limita
a subire o a comprendere l'angoscia, sente la necessità di trasferirla, renderla
solidale e parlante nella materia di cui essa si compone (radicarla nella
materia, dice H.). Il custode, invece, riconosce la verità quando essa
viene messa in opera e ne viene scosso, ne riceve la cosmicità, la
sinesteticità, riconosce nell’artista colui che ha saputo varcare la soglia
della libertà creativa dell’angoscia, per estrarne una forma nuova, una
struttura visibile e/o udibile[10].
Il custode non è dunque un
essere "inferiore" o limitato rispetto all’artista, ma è colui che
compie la seconda metà del gesto artistico, la visione e l’ascolto. Senza il
suo gesto consapevole, l'”urto” originario impresso dall'artista nella materia
rimarrebbe muto, invisibile. La sua custodia è la decisione di far dimorare la
verità dell'opera nella propria vita quotidiana.
«Il custodire l'opera non significa isolarla come
un oggetto per la fruizione individuale [...] Custodire l'opera significa:
mantenerla nella sua grandezza e lasciarla accadere nella sua verità.»[11]
Quando uno spettatore conclude la propria
parabola terrestre (finitudine), il testimone della comprensione passa a un
altro essere finito (ecco la catena di essere finiti – custodi-). L'immortalità
dell'arte si rivela così per quello che è realmente: non una sostanza
incorruttibile scolpita nella pietra, ma una fiammella dinamica che si
riaccende ogni volta che la consapevolezza di chi osserva incontra il gesto di
chi ha creato.
Attraverso questa lettura, la consapevolezza
della finitudine si rivela la condizione indispensabile sia per la genesi (l’artista)
che per la conservazione dell'arte (il custode). Senza la pressione del limite
e la spinta dell'angoscia, l'artista non avrebbe l'urgenza di strappare una
forma al nulla; senza la consapevolezza del custode, esposto nel tempio museale
alla luce dell'opera, quella stessa forma non troverebbe alcuno specchio in cui
riflettersi.
L'arte rappresenta così, secondo H., il paradosso
supremo della condizione umana: “l'infinito
non è un assoluto metafisico che cala dall'alto, ma un bagliore che viene
generato dall'artista nel momento in cui dà forma all'angoscia, e mantenuto
vivo nel tempo da una catena ininterrotta di custodi consapevoli della propria
caducità.”
Riflessioni:
1.
Il Museo non come "deposito", ma come Spazio
Esistenziale (Luce e Ombra): Il museo o lo spazio espositivo non è un
mero perimetro architettonico, ma la cornice esistenziale che gestisce il gioco
di luce e ombra (lo svelamento e il nascondimento heideggeriano). È il
luogo fisico che sottrae l'opera alla frenesia del consumo quotidiano,
permettendole di risuonare nella sua gravità, nella sua forza liberatoria.
2.
Il Paradosso del Custode (Consapevolezza senza
Creazione): Perché il custode (lo spettatore attento), pur condividendo con
l'artista la medesima consapevolezza della finitudine e l'esperienza
dell'angoscia, non crea a sua volta? (ci siamo chiesti) Nel solco di Heidegger,
l'esperienza del limite è condivisa, ma l'atto creativo richiede un salto
ulteriore: la capacità di articolare quell'angoscia traducendola
nella materia (la forma, la pietra, la parola, la sostanza). Il custode
riconosce quella verità quando la vede esposta, la fa sua, si commuove, sente l’angoscia
dell’artista, si connatura nell'artista che ha trovato la forza di dare forma e
voce al silenzio originario, ne è parte, ne è CUSTODE INFINITO.
Bibliografia Essenziale
Riferimenti Filosofici
·
Heidegger, Martin, Essere e tempo (1927), trad. it. di P. Chiodi,
Longanesi, Milano. (Opera
fondamentale per i concetti di Dasein, angoscia, finitudine,
essere-per-la-morte ed esistenza autentica).
·
Heidegger, Martin, L'origine dell'opera d'arte (1935-1936), in Sentieri interrotti, trad.
it. di P. Chiodi, La Nuova Italia, Firenze. (Saggio chiave per i concetti di "messa in opera
della verità", lotta tra Mondo e Terra, la figura del creatore e dei
custodi).
·
Galimberti, Umberto, I vizi capitali e i nuovi vizi, Feltrinelli, Milano. (Per la riflessione sul
disagio, il caos, l'ombra e il rapporto tra sofferenza interiore e limite
sociale).
·
Nietzsche, Friedrich, La nascita della tragedia (1872), trad. it. di V.
Viviani, Adelphi, Milano. (Riferimento
teorico sullo scontro tra Caos/Dionisiaco e Forma/Apollineo che nutre la
riflessione sul gesto artistico).
Monografie e Biografie Artistiche
·
Anfam, David, Abstract Expressionism, Thames & Hudson, London. (Analisi di riferimento sui
maestri dell'Espressionismo Astratto americano, incentrata sul confronto
strutturale e biogafico tra la pittura d'azione e gestuale di Jackson Pollock e
la pittura contemplativa, tragica e sacrale di Mark Rothko).
·
Rothko, Mark, Scritti sull'arte (1934-1969), a cura di M.
López-Remiro, Abscondita, Milano. (Riflessioni dirette di Rothko sull'angoscia, la
tragedia, il silenzio e la dimensione relazionale tra il dipinto e lo
spettatore).
·
Poli, Francesco, L'arte contemporanea: Le avanguardie dal 1945 a oggi,
Electa, Milano. (Sintesi
critica sulla Scuola di New York con un focus comparativo sulle diverse
traiettorie esistenziali e artistiche di Pollock e Rothko).
[1] Dasein
(Esserci): Termine centrale nella filosofia di
Martin Heidegger per indicare l'essere umano. Significa letteralmente
"essere-qui" e descrive l'uomo non come un oggetto o una cosa
statica, ma come un ente aperto al mondo, caratterizzato dal dover scegliere
costantemente la propria esistenza e dalla consapevolezza della propria
finitudine.
[2]
Chiarezza
ontologica vs. Superiorità psicologica: Per Heidegger
l'artista non è un "superuomo" dotato di capacità mentali superiori,
ma un ente (Dasein) che sceglie la via dell'autenticità. La sua
distinzione rispetto alla massa inautentica risiede nel coraggio di non
rimuovere la consapevolezza del proprio limite e nell'ascolto profondo
dell'essere.
[3]
Martin
Heidegger, Essere e tempo
(1927), § 40. In questo passaggio Heidegger evidenzia come l'angoscia,
spogliandoci dai condizionamenti sociali, ci ponga in modo diretto e autentico
di fronte alla responsabilità della nostra esistenza nel mondo.
[4] Testamento
Ontologico vs. Testamento Biografico: Nel pensiero heideggeriano, l'opera
non vive per ricordare al mondo le vicende personali o la psicologia
dell'autore (narcisismo), ma per testimoniare l'evento della verità che si è
manifestato attraverso di lui. È un testamento che parla dell'Essere, non
dell'Ego.
[5] Martin
Heidegger, L'origine dell'opera d'arte (1935-1936). Heidegger
definisce qui il ridimensionamento dell'ego dell'autore: l'artista autentico
non crea per celebrare se stesso, ma per farsi canale attraverso cui l'opera
esprime la propria verità
[6] Lo Spazio
Custodiente come Grembo: L'opera ha bisogno di un "luogo" (il museo,
la galleria, la piazza, il libro) che la isoli dalle logiche utilitaristiche
del mondo comune. Questo spazio sacro/espositivo agisce da grembo conservativo,
offrendo il contesto necessario affinché l'opera possa manifestarsi come tale
agli spettatori.
[7]
Martin
Heidegger, L'origine dell'opera d'arte
(1935-1936). Definizione del concetto di Aletheia (verità
come svelamento): l'arte non è una semplice imitazione della realtà, ma
l'evento in cui un aspetto profondo dell'essere viene portato alla luce.
[8]
Custodi (Bewahrende): Gli spettatori, lettori o ascoltatori dell'opera
d'arte. Per Heidegger non sono fruitori passivi, ma co-protagonisti dell'evento
artistico: preservano l'opera garantendo che il suo mondo continui a parlare
alle epoche successive.
[9]
Martin
Heidegger, L'origine dell'opera d'arte
(1935-1936). Passo fondamentale in cui si sancisce la pari dignità e la
reciproca necessità tra l'atto di creare l'opera e l'atto di preservarla e
viverla nel tempo.
[10] Il
Paradosso del Custode e la Forma: La differenza tra artista e
custode non risiede nella sensibilità all'angoscia (che è un tratto umano
condiviso da entrambi nell'esistenza autentica), ma nella capacità poetica e
tecnica di "fissare" quella verità in una forma tangibile (la messa
in opera). Il custode sa accogliere la verità, l'artista sa articolarla.
[11]
Martin Heidegger, L'origine dell'opera
d'arte (1935-1936). Heidegger sottolinea come la custodia non sia un atto
di conservazione museale passiva o burocratica, ma un impegno esistenziale
dello spettatore nel lasciar operare il significato dell'opera dentro di sé.

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